Un calciatore che non avverte l’assordante chiasso della tifoseria.
Una cantante che “perde di vista” le migliaia di persone davanti al palco.
Un famelico lettore rapito dalla trama di un avvincente romanzo che non percepisce le parole stampate della pagina di fronte a sé, ma solo le immagini che queste evocano.
Non esperire la fatica, lo scorrere del tempo, la fame, il sonno o addirittura il dolore.
La mente ha la capacità di focalizzarsi in grado tale da rendere l’attenzione puntiforme, o quasi. È ciò che avviene quando le cose funzionano; quando avvertiamo che “la ruota gira” e che gli ingranaggi sono ben oleati; che le cose stanno procedendo nel giusto modo, senza essere in grado di definire precisamente come ciò avvenga.
Quando siamo intensamente assorbiti in un compito, quando visualizziamo nitidamente un obiettivo, la mente si organizza in modo tale da richiamare tutte le risorse disponibili, necessarie al conseguimento dello scopo prefissato. Il resto sfuma. Solo l’obiettivo e tutto ciò che ha a che fare con esso è messo a fuoco dalla mente, attraverso un complesso meccanismo cognitivo e affettivo che prende il nome di “attribuzione di salienza”. Osserviamo così, da spettatori, la personale abilità di inserire “il pilota automatico” e di far funzionare le cose come se non fossimo noi ad agire, come se fossimo agiti. O meglio, come se avessimo attivato un nuovo, forse più maturo, o semplicemente più complesso, modo di essere.
Il percorso dietetico non fa eccezione, e tali trasformazioni, forse più che in altri ambiti, sono la conseguenza di qualcosa che si sta muovendo, o si è già mosso, dentro di noi. L’importante è armarsi a dovere; in primis con una prescrizione dietetica personalizzata, in accordo con le fisiologiche necessità del corpo; in seconda battuta con un percorso che possa alimentare, arricchire, supportare, generare e rinvigorire quella motivazione e quel focus capace di potenziare la nostra prestazione; la qualità di quest’ultima è il risultato non solo delle personali competenze interne ma di quanto siamo in grado di canalizzare le nostre risorse sul compito definito; e di quanto, forse, il contesto intorno a noi facilita o ostacola tale investimento.
Ecco, forse, la chiave di volta: un gruppo. Un contesto dove riconoscere e riconoscersi, dove scoprire per la prima volta o riscoprire ciò che per un po’ si era perduto di vista. Un momento dove focalizzare l’attenzione su ciò che è realmente rilevante; dove imparare ad accettare ciò che si credeva inaccettabile; dove si possono fare liberamente i conti con le proprie reali priorità; e dove scoprire che non siamo isolati nelle difficoltà ma che queste sono condivise e parte del funzionamento della mente di ognuno.
Riusciamo a portare a termine tutto ciò che realisticamente desideriamo.
Centinaia di milioni di anni di evoluzione cerebrale non ci hanno reso degli incapaci.
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